Come sogno comanda: gli anni della scuola alla scuola della vita.

Come il Moscarda di Pirandello, con il tempo mi sono reso conto che l’immagine che ho di me, spesso non corrisponde a quella che gli altri mi attribuiscono: c’è chi mi reputa un folle creativo, chi un pazzo visionario, chi un imprenditore di successo e forse lo sarò davvero ma io, invece, mi reputo semplicemente un ostinato sognatore.
Mi presento, sono Andrea Riccio, in arte Mr Solution, ceo e fondatore di Wedding Solution, azienda leader, unica nel settore dell’organizzazione degli eventi e dei matrimoni esclusivi.
In questi anni spesso, amici, conoscenti e clienti, mi hanno chiesto come abbia fatto a creare un’azienda di successo superando mille ostacoli e difficoltà. Ho provato a rispondere con frasi brevi, semplici e coincise ma la verità e che non posso spiegare il mio lavoro, la mia passione, senza prima parlare di me e della mia vita.

Da piccolo ero un bambino molto vispo, amavo colorare, disegnare, e dare vita utilizzando pochi e semplici materiali, a tutto quello che l’immaginazione e la creatività mi suggerivano in quel momento.
Ero il piccolo artista di famiglia che, prendendo spunto dal nonno paterno falegname, si divertiva a creare oggetti originali mettendo in moto semplicemente l’ingegno e la fantasia.
Gran parte della mia infanzia, oltre a combinare marachelle un giorno si e l’altro pure, l’ho trascorsa con i miei cugini di quindici anni più grandi di me. Uno architetto, l’altro ingegnere, erano per me dei fratelli piuttosto che dei cugini e devo a loro, e al loro spiegarmi e mostrarti tutti i segreti del disegno artistico e le proiezioni e le configurazioni del disegno tecnico ingegneristico se, sin dalle scuole elementari, ho sempre avuto le idee ben chiare su quali fossero le mie propensioni ed aspirazioni per il futuro: diventare dapprima geometra e poi architetto.
Dopo aver terminato gli anni delle scuole elementari e delle medie in un clima di familiarità ed attenzioni, avendo come maestra mia Zia Rosaria, moglie del fratello di mio padre, iniziai infatti l’Istituto per geometri di Torre Annunziata “Ernesto Cesaro” che, all’epoca, non eccelleva con la “materia umana”.
Non ti nascondo che i primi tre anni sono stati particolarmente brutti. Il primo l’ho trascorso in una classe di 26 alunni nella quale mi sarei aspettato di confrontarmi con miei coetanei, cioè quindicenni, ed invece, nella mia classe c’erano ben 5 alunni dai 20 ai 25 anni.
Ogni giorno andare a scuola, non significava trascorrere lunghe ore condividendo con i tuoi compagni di classe l’ansia per i compiti in classe o le interrogazioni, ma piuttosto, sperare che non accadesse nulla di tragico. Nella mia classe c’erano due capibanda appartenenti a due fazioni camorristiche esterne che si contrapponevano a suon di omicidi. Così accadeva che in classe essi si alzavano e si picchiavano così come fuori capitava ai loro parenti. I due avevano fatto il servizio militare e poi erano ritornati a scuola, proprio nella mia classe, entrambi. Guarda un po’ te che fortuna.
Come potrai ben capire, la mia non era una classe normale all’interno di una scuola qualsiasi, era da considerarsi piuttosto una trincea qualsiasi all’interno di un immenso campo di battaglia, nella quale ogni ora di ogni giorno, dovevi cercare di evitare pallottole.
Mi salvò in quegli anni e mi permise di non perdere la bussola, quel carattere che ho sempre avuto: un misto di tenacia e creatività, di arguzia e necessità quando si palesavano i problemi davanti a me.
Ovviamente io, come gli altri bravi ragazzi della mia classe, venivamo presi di mira, disturbati continuamente da “compagni” bulli e delinquenti.
Non furono anni semplici, tuttavia io capivo che anche questo mi avrebbe formato, che gli schiaffi presi a causa del “gioco” dello schiaffetto militare durante gli spacchi tra un’ora e l’altra, mi avrebbero dato la forza per uscire da quel circolo di violenza e degrado.
Così capì che l’unico mio sistema per evitare quelle offese, era mettere in campo quella qualità che mi ha sempre contraddistinto, la mia creatività, ed escogitare un piccolo “ricatto” per non farmi prendere di mira: iniziai a ricattare le persone più grandi e forti della classe dicendo loro che se mi avessero lasciato stare, io in cambio gli avrei fatto copiare i miei compiti ed i disegni tecnici.
Essendo un ragazzo particolarmente bravo negli studi tecnici, a loro convenne.
Anche se era un sistema rudimentale, funzionava molto e compresero da subito la forma di baratto, accettandola senza esitazioni. Tra l’altro loro vivevano di compromessi e di baratti ogni giorno.
Ma la violenza ed il baratto non erano le uniche assurdità che accadevano nella mia classe. Ad esempio, ricordo che ciascun alunno spendeva 300/400 euro per comprare la classica cartellina con tutto l’occorrente per affrontare le lezioni ed i compiti tecnici. Ebbene, in quella scuola accadeva che a giorni alterni, rubassero le cartelline con tutto il materiale e molti alunni e le loro famiglie, erano costretti a comprare tutto il materiale due, tre, addirittura cinque volte nell’arco di un anno.
Dopo quel rudimentale baratto, la mia cartellina era sul banco, alla vista e alla portata di tutti ma nessuno toccava nulla perché, tutte le materie più complicate, che erano tra l’altro le mie preferite, erano quelle per le quali avevano bisogno di copiare ed io, per svolgerle avevo bisogno di quel materiale.
Inoltre, in classe avevamo alunni che facevano gli spacciatori e che per questo, ogni due giorni, venivamo “visitati” ed annusati dai cani antidroga che spesso e volentieri hanno fiutato la droga nascosta nelle fessure dei muri.
Insomma, quei tre anni non furono per niente facili. Gli ultimi due, invece andarono decisamente meglio perché molti furono bocciati, altri si ritirarono, e la mia classe venne “depurata”.
Inoltre, il quinto anno mi diede anche molte soddisfazioni, terminai gli studi superiori con il massimo dei voti.
Fui il primo infatti, nella storia dell’istituto, ad aver presentato con i programmi che oggi si usano negli studi d’architettura come Archicad e Autocad, la simulazione della costruzione di un albergo che ci avevano dato come prova in 3D.

In quella prova ebbi il voto più alto, ero davvero fiero di me, anche perché per la prima volta, dopo 5 lunghi anni, mi rifiutai, davanti all’invito del professore, di aiutare anche in questa occasione gli altri alunni della classe. Ritenni fosse giusto, solo questa volta, fare in modo che ognuno avesse il suo.
Finalmente i cinque anni d’istituto finrono, potevo uscire dalla trincea e camminare tranquillo, potevo guardare al futuro e puntare sui miei sogni che, dal primo giorno di scuola, sono sempre stati il mio pensiero costante che assieme al mio pensare ed agire in modo creativo, mi hanno aiutato nel superare l’intero percorso scolastico.
Quell’istituto era una fotografia perfetta della società del tempo con una platea composta da 400 alunni di cui il 60% erano persone poco di buono ma, con il tempo, ho compreso che gli anni della scuola in quel clima ostile ed assurdo che si può trovare in posti di degrado sociale e culturale, mi avevano insegnato qualcosa di importante: cosa significava passare da “gli anni della scuola” alla “scuola della vita” ovvero tutto quello che apprendiamo per caso mentre percorriamo la nostra strada o frequentiamo la nostra scuola ed infatti, in quegli anni, imparai inconsapevolmente quanto sia importante credere nei propri sogni e difenderli da tutto e tutti, come ci si può difendere dal sopruso, come poterlo aggirare quando sei dichiaratamente in minoranza ed infine come trovare una soluzione pratica quando hai un problema serio che ti si presenta.

Come? solo applicando un po’ di creatività.

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Sei curioso di conoscere come continua la mia storia alla ricerca e alla scoperta di me stesso e della creatività? Non perderti il prossimo appuntamento.

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